“Chi fa da sé fa per tre.”
Me lo ha detto Mario, e lo diceva con orgoglio. Era la frase su cui aveva costruito tutta la sua carriera.
Lavorava in un’azienda multiservizi ed era il miglior tecnico manutentivo che avessero. Preciso, con tutto sotto controllo, uno che i guasti se li risolveva da solo senza chiedere niente a nessuno. Erano proprio quelle qualità ad averlo reso il numero uno nel suo mestiere.
Poi lo hanno promosso capo. E la stessa frase che lo aveva portato in cima ha cominciato a tenere ferma tutta la sua squadra.
Da specialista era un fenomeno. Da capo il mestiere è un altro.
Fare il tecnico e guidare i tecnici sono due lavori diversi. Sembrano lo stesso, si sta sugli stessi impianti, ma non lo sono.
Mario era stato cresciuto alla vecchia maniera: buttalo a mare, quando l’acqua arriva alla gola impara a nuotare. Nessuno lo aveva mai affiancato, aveva imparato tutto sbattendo la testa. Così, quando è toccato a lui, mettersi lì a formare i nuovi gli sembrava tempo buttato. Uno impara facendo, si diceva. Come ho fatto io.
Il risultato è che, invece di addestrare i suoi, li scavalcava e faceva da sé.
“L’ho già detto tre volte, faccio prima a farlo io che spiegarlo una quarta.”
Ogni volta che un collaboratore andava piano, o sbagliava, Mario gli toglieva il lavoro di mano e lo finiva lui. Più in fretta, meglio fatto, senza storie. E senza accorgersi che a ogni pezzo di lavoro che si riprendeva, la squadra imparava un po’ meno.
La sua agenda esplodeva, e i suoi non crescevano più.
Andando avanti così succedono due cose insieme.
La prima è che l’agenda di Mario scoppia. Si carica sulle spalle il lavoro suo più pezzi di quello di tutti gli altri, e arriva a sera svuotato, con la testa piena, senza aver fatto la cosa per cui lo avevano messo lì: mandare avanti la squadra.
La seconda è più silenziosa. I suoi smettono di crescere. Se ogni volta che ci provano il capo gli strappa il lavoro di mano, imparano una cosa sola, che è meglio lasciar perdere. Nessuno diventa bravo se non gli lasci lo spazio di sbagliare, e quello spazio Mario non lo dava, perché uno sbaglio, per come era fatto lui, era difficile da mandare giù.
Questo è uno degli ostacoli che vedo più spesso, in qualsiasi azienda. Lo chiamano collo di bottiglia. Il più delle volte è la persona più brava del reparto, magari quella che hai appena promosso perché era il numero uno. Non serve nemmeno che sia il titolare. E non lo sistemi con un corso per manager di un weekend, di quelli che riempiono la sala il sabato.
Gli ho messo davanti i suoi numeri. Non quelli degli impianti.
Ho cominciato da lui, prima che dalla sua squadra.
Gli ho fatto un assessment comportamentale, per mettere nero su bianco come è fatto: cosa lo muove, come reagisce, dove ha il baricentro. E qui è successa una cosa che con Mario non mi aspettavo così forte.
Mario è un tecnico. Vive di misure, tolleranze, numeri, e si fida solo di quello che si può misurare. Vedersi davanti il proprio profilo comportamentale in forma di dati, per uno così, è stata un’illuminazione. Quello che è venuto fuori erano cose invisibili: c’erano da sempre, e nemmeno lui le aveva mai notate.
- Il suo bisogno di tenere tutto sotto controllo, i suoi lo leggevano come “non si fida di noi”.
- La sua abitudine a risolvere ogni cosa in autonomia toglieva agli altri il modo di imparare.
- Il suo pretendere standard alti, giusto in sé, alla squadra arrivava come nervosismo e tensione.
Nessuna di queste cose Mario la faceva apposta, e nessuna l’aveva mai vista. Per uno che crede solo ai numeri, vederle scritte come un dato ha fatto più di mille prediche.
Guidare le persone chiede due cose che a Mario mancavano.
Per fare bene il tecnico bastano le mani e la testa. Per guidare le persone ne servono altre due.
La prima è l’interesse vero per gli altri: la voglia sincera di capire chi hai davanti e cosa gli serve per diventare bravo. La seconda è la pacatezza: la pazienza di stare accanto a uno mentre impara, di lasciarlo fare anche se ci mette il doppio, di non strappargli il lavoro di mano alla prima incertezza.
A Mario, di natura, mancavano tutte e due al livello che serve a un capo. È come è fatto, sono le stesse cose che lo rendevano un tecnico coi fiocchi. Ma una volta viste, ci ha potuto lavorare su.
Ho passato l’assessment anche alla squadra, così Mario aveva la mappa di chi guidava, non solo di se stesso. Poi ho lavorato con lui per portarlo a ragionare come chi guida una squadra, dopo una vita passata a eseguire. Il lavoro di un capo è tenere insieme le persone e i rapporti: sa costruire un’alleanza vera con i colleghi e sa tessere rapporti solidi con tutti i reparti, perché in un’azienda il lavoro non lo porta a casa nessuno da solo.
Il risultato
Il numero da tenere è questo: 10 settimane. Tanto è servito, tra lavoro con Mario da solo e lavoro con tutta la squadra.
Alla fine di quelle settimane i suoi lo guardavano in un altro modo. Avevano ricominciato a mettere sul tavolo quello che sapevano fare, perché finalmente sentivano di potersi muovere senza vedersi togliere il lavoro di mano al primo intoppo. L’aria era cambiata, si parlava, e le prestazioni della squadra sono salite in modo netto. Abbastanza da ripagare tutto quello che era stato speso, e da mettere le basi per crescere ancora.
Di quanto siano salite in cifra non ti riempio la pagina, perché i conti veri li faccio sul tuo caso, non su quello di un altro. Quello che conta è che la squadra che prima si fermava, adesso cammina da sola.
Il metodo che c'è sotto questo caso l'ho scritto tutto in una guida: «dal Management all'Engagement». Dentro trovi come si fa, i numeri di chi l'ha già applicato e cinque cose da fare da domani mattina. La scarichi gratis, con nome e mail.
Quanto ti costa un capo che fa tutto da sé.
Questo è il conto che in bilancio non vedi, ed è quello che pesa di più. Un capo così ti costa su tre fronti, e nessuno dei tre passa dalla cassa.
Ti costa le sue ore. Le migliori ore della persona più capace che hai, spese a rifare un lavoro che potevano fare gli altri, invece che a farli diventare bravi.
Ti costa la squadra ferma. Ogni collaboratore che resta a metà, che non diventa autonomo, è produzione che non arriva. È la voce più silenziosa, perché è fatturato che avresti potuto avere e non hai, e una cosa che non è mai successa in bilancio non la leggi.
Ti costa la dipendenza. Un reparto che regge solo finché regge una persona è un reparto fragile. Il giorno che quella persona si ferma, o se ne va, ti fermi tu con lei.
Quanto faccia in euro cambia da un’azienda all’altra, e per questo non ti sparo una cifra a caso. Di sicuro, finché il tuo migliore rifà il lavoro di tutti, queste tre cose le stai pagando insieme, tutti gli anni.
Il tuo problema quasi mai è la squadra.
Quando un reparto non gira, il primo pensiero è che le persone siano scarse. Quasi mai è la squadra. È il tuo uomo migliore, quello che hai appena promosso perché era il più bravo di tutti.
Fa tutto lui perché fa prima, e così agli altri toglie il modo di imparare a farlo. Non se ne rende conto. Nessuno gli ha mai fatto vedere che il suo mestiere, da capo, è un altro.
Mario è cambiato quando ha visto, scritto come un dato, quello che stava succedendo sotto i suoi occhi. Da lì in poi il lavoro l’ha fatto lui.
Chi te lo dice
Sto in mezzo alle aziende e alle persone che le mandano avanti dal 1988.
Ho passato questi anni a guardare come sono fatte le persone e perché una squadra cresce e un’altra resta ferma, dentro realtà di ogni misura. Quello che è cambiato per Mario non l’ha fatto un discorso motivazionale. L’ha fatto uno strumento che gli ha messo davanti, in forma di numeri, cose che aveva addosso da sempre e non aveva mai visto.
Non è un fiuto mio da invidiare. È un metodo, si misura, e proprio per questo si può rifare su chiunque. Il punto non è la taglia delle aziende che ho seguito. È che ho passato quasi quarant’anni a capire perché la persona più brava, certe volte, diventa quella che tiene tutto fermo. In aziende grandi quanto la tua e più piccole.
Per chi è
- Hai promosso capo il tuo tecnico migliore, e da allora la squadra intorno a lui si è fermata.
- Il tuo uomo più bravo rifà il lavoro degli altri perché “fa prima da solo”, e non si accorge di quanto costa.
- Hai una persona in gamba con l’agenda che scoppia e dei collaboratori che non diventano mai autonomi.
Se il migliore che hai fa il lavoro di tre e intorno a lui nessuno cresce, il nodo è lì: nessuno gli ha ancora fatto vedere che il suo mestiere, da capo, è cambiato.
Per chi non è
- Cerchi un corso per manager da mandare il tuo capo in aula un weekend.
- Vuoi un pacchetto uguale per tutti, che costa meno e fa meno domande.
- Vuoi sentirti dire che basta un po’ più di pazienza e si sistema da sé.
Se ti hanno già venduto la formazione che scalda la sala il sabato e si spegne il lunedì, lo capisco. È esattamente contro quel modo di lavorare che lavoro io.